LACARMEN di Moscato, Mérimée trasportato in una Napoli tra il Dopoguerra e il post terremoto dell’80

LACARMEN di Moscato, Mérimée trasportato in una Napoli tra il Dopoguerra e il post terremoto dell’80

 

di Antonio Tedesco

Un testo teatrale che si legge come un lungo racconto. Che incrocia e mette a confronto più piani narrativi. Stratificando tempi e ambientazioni diversi per una storia che ha la forza dell’archetipo.
Ha un valore specifico proprio, indipendente dalle finalità di messa in scena per cui è stato concepito, questo testo di Enzo Moscato intitolato Lacarmen, edito dalla napoletana Kairòs Edizioni nella Serie Oro Teatro.
Un valore aggiunto che è quello della scrittura stessa di Moscato, e che da sempre fa la differenza nei suoi testi, “oggetti letterari” prima ancora che “oggetti teatrali”. Sostenuti da un linguaggio rigoglioso, evocativo, che si fa portatore di una cultura antica, ma riproposta sempre in chiave originale e modernissima.
Qui Napoli incontra Carmen, altra figura forte e ricca di rimandi simbolici. Che, partendo dal racconto di Prosper Mérimée, è stata resa immortale dalla celeberrima opera di Bizet.
Moscato parte proprio dal racconto originale e mette in scena lo stesso autore, Mérimée. Trasportandolo, però, in una Napoli che oscilla dai tempi dell’immediato Dopoguerra a quelli del post terremoto del 1980. Questi ascolta il racconto di José (Cosé, nel testo di Moscato) e attraverso un fluido meccanismo di flash back teatrali ne rivive la vicenda. Ma con uno spirito nuovo. Come se cercasse a Napoli, e in Napoli, un’altra espressione della sua Carmen, e una conferma, insieme, della sua universalità. E così la città, e Carmen con essa, si esprime attraverso i suoi linguaggi specifici, e le sue forme (compresa quella della sceneggiata, variante estrema del melodramma), trovando in questi un punto ideale di congiunzione.
Anche in questo testo Moscato tende a una sintesi estrema attraverso la forma linguaggio. Che si riduce alla sua essenza di puro suono, vibrazione intima e profonda di un’intera cultura e di una plurisecolare tradizione. Così, nel lungo assolo-epilogo, affidato proprio a Merimèe, fino a quel punto un più che discreto e riservato ascoltatore, avviene la definitiva identificazione tra lo scrittore-personaggio e Moscato stesso. Attraverso la evocativa fluidità di quella stessa lingua napoletana, in cui il detto monologo si articola.
Un testo, insomma, che si legge e si “vede” allo stesso tempo. Un flusso di linguaggio in cui balenano lampi di folgorante teatralità. Come chiarisce anche, nella sua partecipe e pertinente introduzione, Mario Martone che di questo testo è stato l’ispiratore-committente, e dal quale ha tratto uno spettacolo bello e importante, cogliendone, appunto, quei lampi, folgoranti sì, ma anche struggenti, di puro, ineguagliabile teatro.

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