“Il sentiero dei figli orfani”, Giovanni Capurso racconta il Sud con gli occhi di un adolescente

“Il sentiero dei figli orfani”, Giovanni Capurso racconta il Sud con gli occhi di un adolescente

Di Francesco Gaudiosi

“Disorientati. Sì, forse è la parola giusta anche per me, perché la vita è un camminare in avanti e man mano che avanzi perdi le certezze e aumentano i dubbi. In fondo è solo un soffio, un battito d’ali, un guizzo tra le cose, il tempo di porre alcune domande per poi ritornare in quel grembo misterioso dove non c’è parola. Non so se in questo naufragio ci sia qualcosa, se siamo frammenti di senso”.
Il protagonista di questa storia è Savino Chieco, un adolescente di San Fele, piccolo paese della Lucania, che si racconta in prima persona nel passaggio dalla gioventù all’adolescenza. “Il sentiero dei figli orfani” racconta proprio della quotidianità di Savino e del paese in cui vive, fatto di quel legame ancestrale con la terra natia, che scandisce il tempo di una piccola cittadina del Sud Italia. Ma è proprio nella sua transizione da ragazzo ad adolescente, che Savino comprende che la terra in cui è cresciuto resta un luogo senza futuro, privo di speranze per i giovani che sono costretti ad emigrare a causa di un legame identitario che viene a mancare, di un territorio incapace di offrire un avvenire lavorativo a questi ultimi.
È nella presa di coscienza e nel distacco materiale che avviene tra il giovane ed il suo paese, che egli diventa figlio orfano di una terra che lo partorisce, ma non gli dà possibilità di vivere con lui.
Giovanni Capurso si immedesima nei panni di Savino per raccontare una situazione attualissima, di tanti ragazzi costretti ad emigrare dai loro paesi per potersi costruire un avvenire dignitoso. La narrativa dell’autore è fluida e scorrevole, riuscendo ad intrecciare nel racconto gli elementi di quotidianità del protagonista con improvvisi scombussolamenti che altereranno gli equilibri di Savino e del suo paese.
Capurso firma inoltre un affresco degli anni Novanta di una cittadina di Provincia del Sud Italia permeante di dettagli, grazie ad una ricostruzione scenica assai accurata e apprezzabile durante la lettura. “Tra tutti i luoghi che potevo scegliere, San Fele sicuramente mi sembrava il più ancestrale e il più evocativo. Con le sue tradizioni, i suoi paesaggi e i suoi personaggi ne dà quasi l’idea di un locus amoenus, un luogo che non ha ancora subìto completamente la corruzione e il degrado della società postmoderna. “Il sentiero dei figli orfani” si concentra anche su questo scontro/incontro tra due modelli di vita alternativi”, dice l’autore. “Poi ci sono le fonti di ispirazione da un certo tipo di letteratura. I romanzi di Cesare Pavese in particolare sono stati tra le principali letture della mia giovinezza. A lui viene fatta una particolare dedica, perché l’amico fidato del protagonista si chiama Anguilla proprio come il protagonista de “La luna e i falò”, emigrante dall’America dopo la liberazione. Ma è certamente da “La bella estate” che vengono tratte numerose suggestioni: il romanzo di Pavese, come il mio, parte dalla medesima situazione di spensieratezza estiva per poi mutare repentinamente in una realtà cruda e difficile da accettare”.
La capacita dell’autore, anche docente di Storia e Filosofia, è quella di mettersi i panni di un adolescente e riuscire a raccontare con un crudo realismo la condizione dei giovani orfani del Mezzogiorno, di raccontare una disillusione giovanile assai comune nei giovani di oggi. “Una cosa che insegna la psicologia, e che talvolta spiego in classe, è che non si nasce con un’identità, ma la si costruisce all’interno di un contesto di relazioni, di valori e affetti. Ora io vedo il concreto pericolo che, in un mondo dominato dalla globalizzazione dei consumi, ci possa essere una pericolosa perdita di valori e quindi di identità. Per questo, attraverso i miei racconti, cerco di far emergere l’importanza dei valori e degli affetti familiari filtrandoli con storie di vita quotidiana”.
Ma che eredità resta del loro territorio a questi orfani? Esiste alternativa a questa condizione ritenuta inevitabile? “Anche se il protagonista va via dal suo posto d’origine non per una motivazione lavorativa ma di identità, il tema è comunque disseminato nelle ambientazioni: ci sono molte persone che ritornano in quell’estate “torbida” dai “paesi dell’oro” durante la festa patronale di Santa Maria di Pierno. L’importante è rimanere legati “spiritualmente” alla propria terra e averne una sorta di grata memoria, come direbbe Cicerone, in quanto elemento costitutivo del nostro essere”. “Però”, continua l’autore, “non bisogna neanche cadere in un equivoco: in una società globalizzata credo sia fondamentale uscire dal proprio territorio, fare esperienze per poi magari ritornarvi. E in tale senso vedo dei positivi segnali nel cambiamento di mentalità da parte dei nostri giovani”.
Ciò che infine arricchisce la trama e le conferisce un’atmosfera con venature gialliste è la figura di Adamo, elemento che viene inserito sapientemente nella trama e che determinerà un’accelerazione del processo di maturazione di Savino. Personalità ambigua e misteriosa, forestiero con alle spalle una figlia perduta e la galera. Adamo viene definito dall’autore come “un uomo che ha imparato ad amare la solitudine, un cane randagio senza un posto da chiamare davvero casa. La relazione con Adamo diventa per Savino l’unico momento di evasione dalla realtà provinciale”.
Interessante anche un retroscena narrativo che Capurso racconta con riferimento al personaggio di Adamo: “Il nome era provvisorio, ma quando sono arrivato alla fine della stesura ho deciso di lasciarlo. In fondo è un archetipo perché come nella Genesi, è colui che sbaglia, che compie il peccato, ma che cerca di risollevarsi. Nel romanzo dovrebbe essere il cattivo, un alcolizzato, un poco di buono che si è fatto la galera, ma che si rivela dotato di sentimenti profondi”.
“Il sentiero dei figli orfani” (197 pagine, euro 14) è edito da Alter Ego Edizioni, fondata nel 2012 da Danilo Bultrini e Luca Verduchi, e segna il terzo romanzo di Capurso dopo “Nessun giorno è l’ultimo” e “La vita dei pesci”.

 

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